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L'industria in Val Sangone

“Fino dai suoi primordii, Giaveno tenne un posto eminente
nel ramo dell’industria, da cui la sua popolazione ricavò sempre
grandi benefi ci economici.”
(Can. Pio Rolla)


Come evidenzia il Canonico Pio Rolla in “Giaveno e dintorni - Guida illustrata della Valle del Sangone”, fin dal Medioevo, in un contesto di valle profondamente rurale, Giaveno era già un centro manifatturiero.
Le miniere di ferro di Bocciarda e Meinardi alimentavano fucine rinomate e il “ferro di Giaveno era di qualità eccellente et artifiziosamente lavorato”, come annota lo storico giavenese Gaudenzio Claretta.
Nell’anno in cui Colombo scopre l’America, Giaveno “scopre” l’arte di fabbricare i panni e ben presto concerie, tintorie, telerie si moltiplicano. Nel 1544 il maggior contribuente di Giaveno è un mercante di drappi, che esporta merci fino a Lione.
I censimenti voluti a metà Settecento dal Re di Sardegna Carlo Emanuele III, “il laborioso”, confermano Giaveno come grande centro manifatturiero, rilevandovi 12 concerie di cuoio, 3 tintorie di panni, 4 fucine di ferro, 7 fabbriche di vasi di creta, 12 fucine di fabbri, 6 fornaci di calce e laterizi. Per il settore tessile sono documentati in val Sangone oltre 600 telai e lo storico Alfredo Gerardi ha rilevato che “le telerie confezionate con metodo artigianale sono fra le più quotate in concorrenza con quelle di Biella, Corio e Cocconato; un decreto del 1736 nell’emanare disposizioni sulla lavorazione della tela di canapa cita tra i centri importanti per tale attività la val Magra e Dronero, Venasca e adiacenze, Giaveno e dintorni, Corio, Cantoira, il Canavese, Biella e Mondovì”. Negli stessi anni a Giaveno prende piede l’industria della seta, fiorente fino a metà Ottocento.
Nella seconda metà dell’Ottocento la rivoluzione industriale arriva anche in Val Sangone e ne sconvolge l’economia. Contadini e “bergé” continuano a lavorare la terra e ad allevare bestiame, ma sempre più allettanti sono le paghe della nascente industria. E a centinaia, soprattutto donne, vi trovano l’occasione di integrare il magro reddito agricolo. Sono soldi, non solo metaforicamente, “sudati”: giornate di 12 ore lavorative, un pendolarismo “a piedi” che brucia altre ore e a casa bestiame e campi da accudire.
L’abbondanza di acque e di energia idroelettrica, il trenino che facilita i collegamenti con Torino e la relativa vicinanza della stazione di Avigliana alimentano un vero e proprio boom industriale. Apre la strada il settore cartario di Franco, Tarizzo, Reguzzoni e poi dei Sertorio a Coazze. Ma dirompente è lo sviluppo del tessile. Chiudono o si convertono le manifatture di seta; cotone e juta sono le nuove fi bre trionfanti e gli stabilimenti portano il nome di storiche dinastie industriali: Moda, Rolla, Prever e De Fernex.

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